Le donazioni dei Gravina a favore della Chiesa Maggiore e del Collegio di Maria
Il tesoro della Chiesa Madre di Montevago
I beni donati dal Cardinale Pietro Gravina durante la sua vita, alla Chiesa Madre di Montevago
La Mazza da Cerimonia del Cardinale Pietro Gravina
L'impegno del Cardinale Pietro Gravina, manifestato a favore di Montevago, il suo paese natio, non si limitó al completamento della costruzione del Duomo, ma si riveló in altre opere, di diversa natura, prima fra tutte una reddita perpetua di oncie 100.
Ció dimostra l'opera instancabile del Cardinale Gravina e il suo interessamento diretto nel completamento della Chiesa Madre di Montevago, nel rispetto della stessa volontà dei suoi genitori, in particolare, del padre Don Giovanni Gravina Moncada, Principe di Montevago, che ne aveva voluto iniziare la costruzione.
Nel parlare del tesoro della Chiesa Madre di Montevago, titolata ai Santi Pietro e Paolo, intendiamo riferirci a tutte le
donazioni fatte dalla famiglia Gravina, ed in particolare dal
Cardinale Pietro Gravina, riguardanti oggetti, arredi e paramenti sacri,
quadri raffiguranti scene tratte dalle Sacre Scritture o immagini di Santi e quant'altro abbia arricchito il corredo dei luoghi
di culto voluti dalla nobile famiglia di Montevago.
Tali beni, in buona parte, sono stati donati essendo ancora in vita il Cardinale, altri pervenuti ai luoghi di culto di
Montevago dopo la sua morte, ed assegnati alla Chiesa Madre e al Collegio di Maria per volontá dello stesso Cardinale Gravina, come
riportato nel suo testamento olografo e dal quale sono state tratte le notizie riguardanti tali disposizioni.
Purtroppo in seguito al terremoto del gennaio 1968 buona parte di essi andarono completamente distrutti, dispersi o
sepolti da un cumulo di macerie ancora oggi imponentemente visibili.
Volendo fare una breve disamina dei beni che il Cardinale Gravina, Arcivescovo di Palermo, volle arricchissero il corredo e l'arredo del costruendo Duomo di Montevago, possiamo annoverare:
gli artistici stalli in noce, posti ai due lati del coro e due scanni episcopali anch'essi in noce, opera di scultori locali;
diversi affreschi richiamanti il vecchio testamento, attribuiti al pittore saccense La Farina;
divresi quadri sacri, tra cui il quadro dell'Immacolata Concezione, che si ritiene sia stato donato dal Cardinale di ritorno dalla
Spagna.
Tale opera d'arte, tutt'ora visibile presso la Chiesa Madre di Montevago, viene attribuita a Bartolomeo Esteban,
detto Murillo, celebre pittore spagnolo vissuto tra il 1617 e il 1682.
Sebbene il quadro non sia firmato dal suo autore, diverse ragioni fanno ritenere lo stesso attribuito al famoso pittore
spagnolo.
A tal proposito riportiamo le argomentazioni, a nostro parere convincenti, espresse dal Generale Carmelo Giuffrida,
autorevole storico montevaghese, già Presidente della Pro Loco di Montevago.
Circa l'originalitá o meno del nostro quadro é da notare:
Prodigio di tonalità argentee, azzurre e rosee, costituisce patrimonio prezioso della chiesa e del paese di Montevago.
A tali puntuali riflessioni, possiamo aggiungere la passione che il Cardinale Gravina
nutriva per l'arte della pittura, come dimostrato da una sua disposizione testamentaria, nella quale legava al fratello
Mons. Berengario alcune tele, a lui appartenute, di notevole valore e pregio, tra cui una del
Tiziano e la Pietà di Luca Giordano.
Altri dipinti sacri, opera del maestro pittore Platania. Tra questi, di notevole pregio artistico,
la rappresentazione di Gesù e degli Apostoli e la consegna delle chiavi del Regno dei Cieli a Pietro.
Tale quadro, oggi visibile presso la chiesa madre di Montevago, in realtà non è l'originale, andato distrutto da un
incendio nei primi del '900, ma una copia, altrettanto pregevole, rifatta dal prof. Lopes di Palermo.
Intorno al quadro originale dal Platania girava un aneddoto riguardante il Cardinale Gravina, secondo il quale per ringraziare il mulattiere che curava per conto dell'alto Prelato i lavori del Duomo, compito delicato che richiedeva riservatezza e dovizia, il Cardinale volle dal pittore Platania, che il mulattiere montevaghese venisse raffigurato in uno degli Apostoli di Gesù, che compongono il quadro della "consegna delle chiavi".
Un pulpito in noce opera di artisti locali;
Un mausoleo con sarcofago, destinato allo stesso cardinale e poi utilizzato per contenere le spoglie mortali del Principe Don Girolamo Gravina, fratello maggiore del Cardinale a lui premorto;
Un calice d'oro con patena, utilizzati durante le funzioni più importanti.
Il calice, in particolare, in tutto simile a quello esposto nel Tesoro della Cattedrale di Palermo, è di notevole
pregio artistico, finemente decorato ed arricchito con diversi simboli posti in evidenza da uno sfondo in pietra preziosa.
La base del calice, presenta delle sculture raffiguranti la Fede (donna che tiene la croce e il calice), la Speranza
(donna che tiene l'ancora) e la Giustizia (donna con elmo, corazza e spada).
Tale simbologia ritroviamo nelle decorazioni della Mazza da cerimonia che lo stesso Cardinale
Gravina ha fatto dono alla Chiesa Madre di Montevago.
Anche l'impugnatura e la coppa presentano diversi simboli raffiguranti i segni della passione di Cristo
(la Croce, la Tunica e i dadi, l'effige di Gesù sofferente).
Ostensorio d'argento, portato in dono dal Cardinale Gravina di ritorno dalla Spagna.
L'ostensorio, in stilee barocco e di notevole pregio, realizzato in argento, presenta una
base quadrata su cui si erge una sfera, simbolo del mondo terreno, sovrastata dalla figura
di San Domenico, santo di origine spagnola, dalla cui terra si presume il Cardinale abbia portato il prezioso pstensorio.
Sopra il capo di San Domenico poggia la sfera dove viene esposta l'Ostia Consacrata, ornata da grappoli di uva ed alla sommità da spighe di grano a simboleggiare il pane e il vino, simbolo del Corpo e Sangue di Gesù Cristo.
La Croce di Luogotenente Generale ossia Vicerè di Sicilia, appartenuta al Cardinale durante la breve reggenza del Governo Siciliano (24 marzo - 25 marzo 1821) per volontà di Ferdinando I, Re delle Due Sicilie.
Fra tutti gli oggeti donati dal Cardinale, la Mazza da Cerimonia costituisce certamente quello più pregiato oltre che il più
"chiaccherato" tra i montevaghesi, attorno a cui erano sorti diversi aneddoti, dei quali il più conosciuto era quello secondo
cui il valore economico della mazza era tale da garantire la ricostruzione del Duomo, qualora fosse andato distrutto.
In effetti parte di tale presagio si è realizzato con il verificarsi del terremoto del 1968 e con la distruzione del Duomo, sotto le cui
macerie era rimasta la stessa mazza, poi recuperata dall'arciprete Don Vito Migliore, con grave suo pericolo
e danno e custodita gelosamente sino ad oggi dai suoi successori alla guida della chiesa montevaghese.
Relativamente al valore della mazza, lo stesso del punto di vista artistico è da considerarsi inestimabile, data la sua
bellezza e la sua insoluta mole monumentale. Essa spicca per gli ornati neoclassici che la compongono.
Costituita da un'anima lignea ricoperta di lamine d'argento, è arricchita appunto da decori in argento dorato,
applicati tramite pernetti metallici, tra cui si riconoscono festoni e fardelli di robbiana memoria ed elementi gigliati e perlinati,
ad orientamento dei perimetri delle varie lamine.
Completano le specchiature di ciascuna lamina del grosso nodo a sezione triangolare stemmi identici, da riferire al committente-donatore, il Cardinale Pietro Gravina, Arcivescovo di Palermo che fondò la Collegiata di Montevago e quella chiesa dotò di forti rendite.
La datazione della mazza, in mancanza di marchi, punzioni o iscrizioni dedicatorie, è da fissare agli anni 1822 o 1823 anche grazie alla considerazione che la Chiesa Madre di Montevago, al cui interno aveva sede la Collegiata, venne applicata ad opera dell'architetto palermitano Emanuele Palazzotto negli anni 1822-1829.
La Mazza da Cerimonia, danneggiata dal terremoto è stata recentemente oggetto di restauro, unitamente ad altri oggetti sacri, facenti parte del tesoro della Chiesa Madre, grazie all'apporto di tanti cittadini montevaghesi e all'interessamento dell'arciprete Mons. Luciano Augello, collaborato dalla Pro Loco "R. Scirotta", che facendosi promotori di una pubblica sottoscrizione, hanno fatto si che il prezioso gioiello, simbolo del potere temporale della Chiesa, venisse restituito nel suo splendore, alla città ed ai montevaghesi, di cui buona parte ne conoscono l'esistenza.
Oggi la Mazza da Cerimonia restaurata è affidata in custodia alla Confraternita dei Santi Pietro e Paolo di Montevago, la quale ha il compito di portarla in processione durante la solenne festività del SS. Corpo e Sangue di Gesù Cristo (Giugno) e in occasione della festa di San Domenico, Patrono di Montevago (8 Agosto), ripercorrendo una tradizione già in uso nelle funzioni religiose che si svolgevano nella Chiesa Madre di Montevago, prima che il terreno riducesse tutto in macerie.